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Stare nel profondo insieme: su It di Stephen King

Nel racconto avvolto dal fascino letterario e affabulatore che è On Writing. Autobiografia di un mestiere di Stephen King, tra gli aneddoti che hanno portato alla nascita delle sue opere, si eleva la definizione dello scrivere: telepatia. L’ubiquità letteraria di un autore del calibro di King si espleta non soltanto nella capacità di abbattere le barriere di tempo e spazio, ma anche nell’abilità di leggere in una sorta di coscienza universale e rivisitare alcuni topoi americani con l’aiuto dell’orrore. Un lavoro esemplare che riassume tali caratteristiche King lo pubblica nel 1986 e porta la stazza imponente per un titolo esiguo: It. Seppure Stephen King esprima una verità fondamentale sull’entità dei racconti («La politica… la cultura… la storia… non sono forse ingredienti naturali di un qualsiasi racconto, se ben scritto? […] Cioè non potreste permettere a un racconto di essere un racconto?»), qui lo tradirò e cercherò di individuare le motivazioni per le quali It si destreggia su un confine fondamentale: tra un denso sostrato americano e l’entità del male.

Siamo scesi nel profondo insieme

La rimozione di un trauma potrebbe essere la risposta per quanto accaduto a Bill Denbrough. Nel 1957 ha salutato per l’ultima volta il fratellino Georgie prima di rivederlo con un braccino strappato e senza vita. Il piccolo è stato misteriosamente ucciso tra le strade di Derry, nel Maine, mentre giocava con una barchetta di carta. Non si spiega, però, come l’oblio si sia espanso a macchia d’olio nella memoria di Bill oscurando una delle estati più belle e terribili della sua vita: lui era parte dei Perdenti, una piccola banda di ragazzini le cui condizioni fisiche, o il semplice distaccarsi dal coro di coetanei, li recludeva in una diversità che, come spesso accade nel mondo infantile, è vittima dei bulli. Basta una telefonata di Mike Hanlon, uno dei Perdenti che è rimasto a Derry, per rinnovare una promessa ben più terribile della foga adolescenziale: ricordare It.

Il romanzo di King procede nel binomio dello smarrimento e del ricordo infondendo al testo movimenti temporali opposti e coincidenti. Sotto la forma di un romanzo corale la narrazione alterna la rivisitazione del passato dei protagonisti con il procedere del presente incatenando due lassi temporali, sospendendo l’uno e riprendendo l’altro da un capitolo all’altro. La sensazione dominante è che la storia segua un andamento casuale, sottoposta alle ondate mnemoniche dei protagonisti, quando invece è architettata con il controllo maniacale di situazioni e rimandi. La varietà delle storie e la sovrapposizione temporale tessono il giusto livello di dettaglio che rende It, più che un romanzo immenso, immerso completamente nelle storie, in grado di costruire un’intera mappa di relazioni umane e fattuali. Affidando ai personaggi il ruolo di narratori il romanzo raggiunge le possibilità massime: la dimensione infantile è rievocata grazie al bisogno dei racconti reciproci – dalla più banale esorcizzazione della follia alla più intima volontà di arrivare alla risoluzione dell’intreccio – ; la dimensione metanarrativa dimostra il potere delle storie stesse. A questo si aggiunge la capacità, tutta kinghiana, di rivisitare il romanzo di formazione e quello gotico. Il modo criptico e ingenuo con cui il giovane Holden procede tra le scommesse sul non arrivare vivo al prossimo isolato e il significato profondo del mondo qui convive con un Huckleberry Finn adolescente. La classicità di Poe e Lovecraft viene trasformata con accorgimenti innervati nella narrativa americana tra attualità e orrore – un horror più personale e attuale, in un certo senso, come a voler proseguire, con un percorso tutto suo, la strada aperta da Shirley Jackson.

Ora, fermo sotto la pioggia morente davanti a un negozio di ferramenta che era stato un banco dei pegni nel 1958 (Ben rammentava le due vetrine sempre piene di pistole e fucili e rasoi a mano libera e chitarre appese per il collo come animali esotici), concluse che ai bambini era sempre riuscito più naturale trovarsi a un passo dalla morte, come era sempre stato più facile per loro assorbire nella propria vita quotidiana i fenomeni inspiegabili. Essi credevano implicitamente nel mondo invisibile. I portenti – benigni o maligni che fossero – andavano accettati, oh sì per forza, ma non per questo fermavano il mondo. Un’improvvisa manifestazione di bellezza o terrore a dieci anni non pregiudicava l’eventualità di un sandwich supplementare a mezzogiorno.

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I Perdenti in una scena della miniserie del 1990 tratta da It

Nella vita dei bambini l’entità del male è così lontana dalla realtà da renderla un confronto tra pesi e misure che si crede in grado di impiegare. Una visione da non edulcorare più di tanto perché persino da piccoli si ha la capacità di distinguere tra bene e male quando si dispiegano davanti agli occhi in modo netto, e meno ambiguo, rispetto alla vita adulta: la furia cieca del bullo Henry e della sua banda assumerà contorni devianti che solo uno sguardo ingenuo ma profondo conoscitore del male potrà riconoscere. La banda dei Perdenti funziona perché è reale e in grado di saggiare la complessità dei rapporti umani, di opporsi al pensiero del “così va il mondo” che ha contagiato i cittadini di Derry. Sarà proprio il rifiuto della passività a renderli avulsi alla norma del più forte e alla sottomissione del più debole. L’esistenza di It si plasma e si sviluppa su questi due capisaldi e Bill e gli amici, invece, devono rispondere con la purezza della comunione fisica e spirituale, con l’amicizia senza interessi, col bene reciproco innocente e instancabile. L’incognita finale che si presenta anche dopo la fine di It è il punto di non ritorno dalla vita adulta, uno scalino rimasto invisibile fino al momento del sorpasso:

E se ti dai il tempo per un’ultima riflessione, forse è per dedicarla a dei fantasmi… fantasmi di alcuni bambini fermi nell’acqua al tramonto, in circolo, a tenersi per mano, giovani, senza incertezze, ma soprattutto risoluti… abbastanza risoluti da dare origine alle persone che saranno, abbastanza risoluti da capire, forse, che dalle persone che diventeranno dovranno necessariamente nascere le persone che sono state in precedenza, prima di potersi rimettere a cercare di comprendere il semplice fatto della mortalità.

Se la fine dell’infanzia è l’oblio, se la conclusione inevitabile è il dimenticare il sé di una volta, la pena è l’incompletezza. Se, invece, il passato ha lo spazio necessario per un ricongiungimento col presente il risultato è un individuo che conosce profondamente se stesso.

«Derry non è giusta, vero?»

It è così sorprendente e penetrante perché si costruisce su un’impalcatura non solo umana e antropologica ma anche geografica e misteriosa come nelle migliori tradizioni dell’orrore. Le reazioni di Bill e dei suoi amici non potrebbero esistere senza una minaccia esterna che ha le sembianze dell’indifferenza adulta ed è da individuare nel radicarsi secolare del male a Derry.

La ricostruzione di quanto accaduto nel 1958 viene affiancata dal racconto dello scontro finale che i Perdenti, ormai adulti, si preparano ad affrontare nel 1985. Questo duplice climax raddoppia la suspense ma non esclude una visita meticolosa alla storia di Derry sin dal XVIII secolo, quando It la sceglierà come dimora e inizierà i suoi cicli di morte. Ancora una volta quasi nessun documento ufficiale è disponibile e la storia si diffonde in un’oralità che sopravvive di generazione in generazione, con una pellicola caratteristica che permea le versioni dei testimoni: in una parola, indifferenza. Il sommerso di razzismo, soprusi, stragi, violenze e catastrofi umane aiuta a capovolgere Derry da normale cittadina di medie dimensioni a realtà provinciale corrosa da una comunità preoccupata dalla diversità e dal cambiamento: due difetti che creano delle fastidiose increspature sulla piattezza di conformismo e ipocrisia. Chi osserva e partecipa a una sparatoria nata spontaneamente, grazie all’istinto omicida, non si preoccupa di chiedersi di quel pagliaccio che partecipa imbracciando un fucile, probabilmente perché il male in quel momento non è così soprannaturale come sembra. Così, il perpetrare di odio e violenza crea l’habitat naturale per It anzi, fa di più, lo nutre: «La gente di Derry aveva vissuto da sempre con Pennywise in tutte le sue molteplici manifestazioni… e forse, in qualche modo scervellato era persino riuscita a comprenderlo. Ad averlo in simpatia, ad aver bisogno di lui. Ad amarlo? Può darsi. Sì, persino quello può darsi.»

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It nella miniserie del 1990 interpretato da Tim Curry (fonte: http://bit.ly/2kTDpJo)

Uno studio non nuovo nella narrativa di Stephen King, un concetto metodicamente ingrandito che s’incunea nel suo esordio e nelle opere immediatamente successive. Il nucleo di Carrie (1974) non è la forza distruttiva della protagonista ma la sua origine: una realtà malata dietro le apparenze, l’esaltazione religiosa di Margaret White che trasforma tutto nel suo contrario, l’accanimento contro il diverso di Chris Hargensen, l’impotenza e l’ipocrisia di Sue Snell. Incastonati nella scuola di Chamberlain ci sono le premesse per il successo di ragazze e ragazzi già vincenti dalla nascita, mentre il degrado sociale è affidato al giudizio delle apparenze. «Il paese si cura poco delle novità del Maligno, non più di quanto si curi di quelle di Dio o dell’uomo. Conosce la tenebra, e tanto gli basta» il riassunto migliore del male kinghiano degli esordi appartiene a Le notti di Salem (1975), non a caso, seconda opera pubblicata e visita approfondita della comunità. L’arrivo dei vampiri si sposta in secondo piano rispetto agli affari loschi, alle violenze domestiche, al razzismo e alla devianza degli abitanti di Jerusalem’s Lot. Sembra quasi che il male puro, in quanto tale, sia “innocente” – perché effettivamente non sa essere altro da sé – rispetto al male subdolo e sotterraneo dell’animo umano. Così accade anche nella famiglia disfunzionale di Shining, altro tassello che va a fondersi con le due opere precedenti in un trittico magistralmente riunito in It.  Il mastodontico romanzo non è da vedere come una ripetizione della poetica kinghiana ma come un ulteriore sviluppo.

It possedeva una sua forma autentica, quella che lui aveva quasi visto. Vederne la forma era lo stesso che conoscere il segreto. Era un’assimilazione applicabile anche al potere? Forse. Non era infatti vero che il potere, come It, era multiforme? Era un neonato che piange nel cuore della notte, era una bomba atomica, era un proiettile d’argento, era il modo in cui Beverly guardava Bill e il modo con cui Bill guardava Beverly. Che cos’era dunque, in realtà, il potere?

Si avverte un senso di predestinazione che annulla il libero arbitrio e percorre le vicende dei Perdenti. La predestinazione al male di Derry è tale da trascinarli nell’ordine sociale che gli adulti della città hanno stabilito. Quell’«artrite spirituale» alla quale It si affida è la scomparsa della fede, della capacità di accettare il cambiamento. Anche se la tentazione è ricondurre It a una divinità lovecraftiana, dato che la sua dimensione e la sua forma lo ricordano, la sua natura se ne allontana immediatamente. Da osservatrice sterile It diventa una divinità ultraterrena e umanizzata, sensibile alle dinamiche di sogni e paure. Scoprirne la forma è l’essenza stessa del comprendere la paura e superarla. Una stoccata magistralmente metaforica e per niente leziosa all’ignoranza e alla chiusura mentale: fin quando si stende un velo d’odio su ciò che si teme sarà impossibile comprenderne la forma.

Tutto questo rende It un’opera composita: sunto della narrativa del male di King, elevazione della comunità come determinante nell’organizzazione sociale della provincia americana, rappresentazione esemplare delle dinamiche infantili e adolescenziali. It dimostra altresì equilibrio tra espedienti stilistici e metanarrativi che da una parte rivoluzionano il successo di un bestseller, romanzo popolare e accessibile senza alcun contorsionismo linguistico, e dall’altra lo rendono a tutti gli effetti un classico che amplifica l’addentrarsi in una storia.

it-stephen kingTitolo: IT

Autore: Stephen King

Traduzione: Tullio Dbner

Editore: Sperling & Kupfer

Pagine: 1336

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Fonte immagine iniziale: www.361magazine.com

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0 commenti

  1. Che recensione magistrale! (Io che King l’avevo archiviato, quasi quasi quest’estate mi concederò IT)

    1. L’estate è il momento migliore! Comunque dai una possibilità a King (o più di una) magari inizia con Carrie o Le notti di Salem (che è uno dei miei preferiti)

  2. Concordo, magistrale recensione, noi e il Male, noi e le nostre più ancestrali paure, quanto mi è piaciuto a suo tempo e quanto Pennywise mi accompagna ancora…

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