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Il racconto contro la morte: Salvare le ossa di Jesmyn Ward

Alla fine dell’agosto del 2005 l’uragano Katrina toccò terra e iniziò a scavare una ferita che solo in seguito apparve come un confine. Si dice che solo i newyorchesi, con gli occhi di chi ha vissuto l’11 settembre, possano comprendere il senso di distruzione che seguì la catastrofe naturale. E in un certo senso è vero se non fosse per le peculiarità geografiche e culturali del suolo americano: Katrina non fece che rimarcare una differenza e far emergere un lato contraddittorio che non ha esaurito la sua spinta. La risposta della letteratura è stata inglobare attraverso il racconto del disastro che dalla singola visione soggettiva si estende al sentimento dominante.

Un approccio che per New York andava dal romanzo L’uomo che cade di DeLillo a Molto forte, incredibilmente vicino di Foer e che per Katrina ha funzionato con Zeitoun di Dave Eggers: “Un’opera di finzione basata sui racconti di Abdulrahman e Kathy Zeitoun“, un racconto basato su un altro racconto, una storia orale tramutata in memoria scritta. Come se l’identità americana fosse inscindibile da tutti quei procedimenti di rivisitazione nella finzione, come se ci fosse bisogno di diventare protagonisti della propria storia con lo scopo di renderla memorabile nel bene e nel male.

Diverso e innovativo è il procedimento compositivo di Salvare le ossa di Jesmyn Wad, appena pubblicato da NN Editore con la traduzione di Monica Pareschi. Qui la visione della protagonista Esch si fonde con il paesaggio in una comunione naturale. Esch sta scoprendo l’origine della vita che cresce dentro di lei, che nasce dalla cagna China, che si alimenta dell’amore fraterno. Di questo ciclo vitale avremo un continuo rimando alla similitudine con la natura, come se le radici delle origini di Esch e dei suoi fratelli, sperduti in una baracca nei boschi di Bois Sauvage, non fossero poi così dissimili dalla nodosità di un albero secolare che penetra strati e strati di terra. La natura porta il ritmo della vita umana senza che ci sia alcuno scontro:

A un certo punto mamma si era accovacciata, e verso la fine si era messa a gridare. Quando è uscito, Junior era viola e azzurro come un’ortensia: l’ultimo fiore di mamma. […]

I fianchi di China si increspano. Ringhia, e la bocca è una linea nera. Gli occhi sono rossi e il muco che le cola fuori è rosa, adesso. Tutto in lei si tende, è come se sotto la pelle la pelle rotolassero migliaia di biglie, e a un certo punto sembra che il corpo debba rovesciarsi al contrario. Dall’apertura spunta un bulbo rosso-violaceo. China sta fiorendo.

(Jesmyn Ward, Salvare le ossa, traduzione di Monica Pareschi, NN editore, 2018, pp. 10-12)

Se da una parte il selvaggio e l’istinto fanno da padroni, dall’altra persino due leggi così preponderanti nel mondo naturale devono sottostare a un’entità primordiale senza la quale non si potrebbe parlare di vita. Il culto della Madre ricorre continuamente, in modi inediti che vanno oltre la differenza tra uomo e donna. La madre reggente della casa e della famiglia nella comunità nera, la madre selvaggia e spietata come China che rifiuta i propri cuccioli, la madre che sta per nascere in Esch, ma anche la madre Katrina, distruttrice indiscriminata. Il rapporto delle madri col mondo circostante diventa motore dello scontro col mondo maschile: i fratelli, i padri, i figli e gli amanti. Al culto della femminilità si aggiunge anche la forza femminile della mitologia di Medea: il ricorso alla classicità per Jesmyn Ward colma il divario ed estende un sostrato culturale che sembrava appartenere solo a scrittori bianchi: “Volevo conformare Esch a quel testo classico, con la figura universale di Medea, l’antieroina, per rivendicare quella tradizione come parte della mia eredità letteraria occidentale. Le storie che scrivo sono particolari per la mia comunità e il mio popolo, il che significa che i dettagli sono particolari per le nostre circostanze, ma la storia più ampia del sopravvissuto, del selvaggio, è essenzialmente universale, umana”.

L’intesa del sangue fraterno, l’armonia telepatica che si stabilisce tra i protagonisti, rimarca da un lato la sacralità della famiglia e dall’altro non fa che smuovere dall’interno la storia, come a dimostrare una resilienza femminile che impara da e coordina il mondo. I protagonisti saranno non si muoveranno da Bois Savage, eppure l’azione e la risposta alla catastrofe non fa che coinvolgerli in un viaggio di unione nella miseria, alla stregua di quello letto in Furore. Così, dalla prospettiva femminile non è difficile arrivare contemporaneamente alla visione d’insieme. Il potere unificatore dell’impotenza di fronte alla natura fallisce persino davanti alla forza distruttrice di Katrina. Non caso il titolo originale (Salvage the bones) richiama melodicamente il savage, selvaggio alla deriva dopo il naufragio, la condizione del livellamento di qualsiasi differenza tra gli esseri umani.

Anche se lo stile della Ward non punta a un romanzo corale – anche se avrebbe tutte le carte per confrontarsi con Faulkner – la voce di Esch sarà così armoniosa, pulita, persino epica da diventare memoria stessa. Per la prima volta l’uragano non è l’assoluto protagonista di un reportage o del racconto di una testimonianza, è solo una presenza che arriverà alla fine quando un altro protagonista si sarà fatto avanti: l’identità e il legame con la terra. È nell’intreccio dell’oralità, tra i racconti della madre e i frammenti di vita raccattati dopo l’uragano, che si trova l’unica soluzione possibile alla morte.

Legherò i pezzi di vetro e mattone con lo spago e appenderò i frammenti sopra il letto, in modo che brillino nel buio e raccontino la storia di Katrina, la madre che è entrata nel golfo come una regina per portare la morte. Il suo carro era una tempesta terribile e nera, e i greci avrebbero detto che era trainato dai draghi. La madre assassina che ci ha feriti a morte e tuttavia ci ha lasciati vivi, nudi, stupefatti e raggrinziti come bimbi appena nati, come cuccioli ciechi, come serpentelli appena usciti dal guscio, affamati di sole. Ci ha lasciato un mare buio e una terra bruciata dal sale. Ci ha lasciati qui perché impariamo a camminare da soli. A salvare ciò che possiamo. Katrina è la madre che ricorderemo finché non arriverà un’altra madre dalle grandi mani spietate, sanguinaria.

salvare le ossa-jesmyn ward

Titolo: Salvare le ossa

Autore: Jesmyn Ward

Traduzione: Monica Pareschi

Editore: NN Editore

Anno: 2018

Pagine: 316

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1 commento

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