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Ai limiti del corpo: Mira corpora di Jeff Jackson

Il modo migliore per racchiudere l’idea del romanzo, e che da solo basterebbe a esaurirne il significato per il lettore, è già nel titolo*. Perché il “mirare” latino significa sorprendersi, ammirare, contemplare, mentre il “corpo” ha in sé la contraddizione: è il corpo di un cadavere ma anche il corpo di qualcosa che è ancora vivo. La traduzione (“Ammira il corpo”, “Contempla il cadavere”) crea una duplice suggestione che funziona perché trasferita persino allo stile e alla storia di Mira corpora, composta da Jeff Jackson.

La fuga di un ragazzino dalla casa della madre alcolizzata diventa un percorso allucinato attraverso la sua crescita. I capitoli del libro, infatti, scandiscono le età dell’omonimo Jeff (dai sei anni fino ai diciotto) presentando ogni volta un’ambientazione diversa. Ed è proprio la scenografia di Jeff Jackson a destare le prime attenzioni: in un tempo indefinito visitiamo paesaggi in decadimento o che nascondono avvisaglie di putrefazione – come il corpo che i ragazzini trovano nel bosco prima di indire una cerimonia sacra con tanto di pira funeraria. Per breve tempo Jackson dà dimostrazione di evocare un sapore di realismo magico, anche per un solo capitolo, quando la comunità di ragazzini abita Liberia, in un bosco incontaminato, e si aggirano leggende su camionisti violentatori, scimmie di un vecchio parco e, soprattutto, si racconta di Monrovia, un altro villaggio marcescente dove tre ragazze sono in grado di predire il futuro. Solo per una corrispondenza immaginifica Mira corpora si è avvicinato a Tutto il nostro sangue di Sara Taylor. La versatilità stilistica della Taylor ha però delineato un’intera storia immergendola in un luogo mistico come le isole Shore. Jackson, invece, si concentra sulla forma da conferire al protagonista che, a sua volta, è come se definisse il mondo esterno a immagine e somiglianza di una parte atrofizzata di sé. Dopo questo primo assaggio si tornerà alle dimensioni cittadine e gli elementi mistici saranno eliminati in favore della crudezza.

Nessun indizio, però, su cosa provochi l’inesorabile deterioramento dell’ambiente, solo il racconto di una vita perennemente ai margini che, nonostante l’età, si trova a vivere esperienze spietatamente reali. L’uso della prima persona lega il lettore al mondo sensoriale del protagonista, una realtà corporea puntellata di visioni allucinatorie che lo distaccano dal corpo. Pochi sono i riferimenti ai sensi corporei, si moltiplicano, invece, le considerazioni sull’empirismo soggettivo in un mondo mentale costruito. L’analisi metodica del mondo, il ritmo, lo scandire di pensieri, immagini e azioni hanno luogo solo nell’interiorità mentre il corpo è come un fardello da trascinare. L’apice di tale procedimento è raggiunto del capitolo La mia vita in esilio (a quindici anni):

Ignorate il corpo morto sul pavimento. Si sta solo guadagnando da vivere. Gert-Jan dà istruzioni agli invitati alla festa di calpestarlo mentre traghettano drink dalla cucina al salone. Stanno attenti a non disturbare la compostezza del corpo. Giace faccia a terra in una pozza creata dal frigorifero scollegato. Le sue braccia madre sono legate dietro la schiena tramite bande nere. Sulla targhetta che ha appeso al collo è riportata la scritta “Il mio nome è Jeff”. Il corpo è mio, tecnicamente. Ma non fissiamoci su dettagli superflui.

Il corpo si trova nella sua tipica posa da cadavere. O comunque una delle tante. La sua T-shirt bianca è fradicia e idealmente trasparente. La bocca emette bollicine discrete nell’acqua della pozza. I suoi occhi sono aperti ma immobili. Sono perfettamente spenti, cosa che richiede molta più abilità di quanto possiate immaginare. Il corpo non sta prestando molta attenzione alla festa. Sono lì ma non sono lì, e questo è il modo migliore per descrivere la sensazione senza cadere nella metafisica.

(Jeff Jackson, Mira corpora, traduzione di Stefano Pirone, Pidgin edizioni, 2017, p. 140)

In contrapposizione si pongono i fanatici del corpo, figure oscure che amano lo smembramento, la decomposizione, i processi materiali che interessano l’individuo, dotati di un sadismo deviato a cui manca solo il riferimento sessuale per sfiorare Crash di Ballard.

Proprio l’atemporalità e l’impossibilità di collocare geograficamente la storia di Mira Corpora espande pericolosamente i confini della scrittura. Non una storia di formazione, ma una storia di crescita autonoma, un naturale sviluppo dell’individuo se abbandonato a se stesso. E l’assenza del corpo è tale da prevalere diventando, mentre si prosegue nella lettura, una presenza ponderante. Jeff Jackson costruisce una sinfonia del distacco in maniera metodica, eliminando quegli elementi scontati nello sviluppo della persona ed eliminando totalmente ogni riferimento a una normale storia di crescita.

È come se avesse sfidato se stesso promettendosi di privare la scrittura dei sensi e limitarli all’anonimia, come una mano priva del tatto che si ustiona alla ricerca di un qualsiasi indizio di sensibilità.

mira corpora-jeff jacksonTitolo: Mira corpora

Autore: Jeff Jackson

Traduzione: Stefano Pirone

Editore: Pidgin

Pagine: 198

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*La locuzione latina composta da un imperativo (Mira) e dall’accusativo (corpora) che chiarisce il riferimento del verbo, potrebbe non essere immediata ma posta così, quasi come un’epigrafe conferisce un sapore diverso a quella che sarebbe una semplice traduzione.

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4 commenti

  1. […] è stato forte e prepotente abbastanza quindi rincaro la dose con Mira corpora di Jeff Jackson (questa recensione mi ha aiutato nel consiglio). Vi voglio scossi e […]

  2. […] Dopo la realtà bifronte di una città sudafricana tra miseria e immaginazione e lo straniamento di Jeff Jackson, la collana Ruggine vanta un’altra particolarità: la prosa di Butler usa diversi registri […]

  3. […] della narrativa straniera di questo genere: la stessa straniante sensazione prende nella lettura di Mira corpora e altrettanto intrigante è la realtà sudafricana misteriosa ne Il reattivo. Atlante delle ceneri […]

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