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I giorni della nepente. Una storia tossica di Matteo Pascoletti

Discernere il cambiamento nel bel mezzo di un’evoluzione: è la sfida di chi vuole raccontare i meccanismi scivolosi e impervi dell’attuale comunicazione. Che porta con sé tutto il suo bagaglio di rischi come l’appiattimento critico, l’approccio qualunquista e complottista contro le nuove tecnologie. Ci ha provato Franzen nel suo Purity dando un accenno fin troppo ingenuo a Internet come “sistema di piattaforme rivali accomunate dall’ambizione di definire ogni aspetto dell’esistenza”. Ci ha provato Dave Eggers nel Cerchio con un personaggio così trasparente da esplorare l’eccesso di socialità e l’ossessione della condivisione. Due romanzi che spesso tenevano conto dell’interrelazione tra sfera umana e possibilità offerte dalla tecnologia, e che sbilanciavano il dibattito solo verso uno dei due aspetti: approcci, abbastanza goffi, da parte di chi cerca di mettere in parole un discorso che esclusivamente letterario non è, ma coinvolge potenzialmente riferimenti pop, tecnicismi, sociologia dei media, il tutto rimanendo nella narrativa e senza sfociare in un manuale d’uso.

Una valida soluzione tutta italiana è I giorni della nepente. Una storia tossica di Matteo Pascoletti, pubblicato da Effequ. Sin dall’apertura leggiamo di un #coro in cui l’hashtag è utile a sottolineare il carattere sociale del processo comunicativo contemporaneo: un susseguirsi di articoli, opinioni, interviste e testimonianze per un fatto di cronaca. Il tossicodipendente Lorenzo uccide per sbaglio l’anziana che sta rapinando, e viene a sua volta inseguito e ucciso da Mauro, figlio della donna. Sarà il fatto che farà da cassa di risonanza a una realtà multipla, sfaccettata e mai osservata dalla stessa angolazione, soprattutto se uno degli occhi che guarda è il mondo dell’informazione.
Il romanzo procede con una narrazione corale e uno stile che riflette il ritmo psicologico di ogni personaggio. Conosciamo così l’encefalogramma impazzito di Lorenzo: il narratore passerà da una visione in soggettiva ad una eterodiegetica fino a toccare diversi punti della visuale di Lorenzo (lo spacciatore, Dario il puttaniere, Fabio della cooperativa sociale) per espanderli oltre la cornice. Una paratassi serrata che sovrappone il pensiero e lo fa proseguire, allo stesso tempo, in un susseguirsi di paturnie e ossessioni.

E quando Lorenzo chiede una coca cola insiste per avere ghiaccio e limone, e Giovanni sa che la fetta di limone è per preparare la dose, perciò non vorrebbe metterla nella coca-cola, ma se rifiutasse poi Lorenzo chiederebbe la coca-cola alla spina con ghiaccio e limone in un altro bar, per cui cede e si trincera dietro uno sguardo tra il rassegnato e il compassionevole. E ha lo sguardo simile quando rientra a casa, e sua moglie Daniela invece di salutarlo tiene la testa incollata alla televisione e gli dice “hai preso le gocce?”, intende l’alprazolam, che assume per non patire la morte del figlio. Così Giovanni aggredisce solo i clienti del bar quando commentano titoli come MUORE DI OVERDOSE e si lasciano sfuggire “bene, uno di meno”, non sapendo di Luca, o fregandosene. E ogni venerdì dopo cena, quando Daniela prese le gocce va a letto, e fino all’indomani il dolore non esisterà, Giovanni sgattaiola nella zona industriale, e dopo aver caricato la transessuale Consuelo la porta in una strada senza uscita, buia e circondata da capannoni, e penetrandola grida sì amore oddio che bello, e dopo essere venuto scoppia a piangere a dirotto, con le braghe ancora calate, e Consuelo lo abbraccia come una madre che consola il figlio dalle colpe irredimibili, e se lei non porta abbastanza soldi al suo schiavista rischia di essere pestata o persino sfregiata, e una volta davanti ai suoi occhi hanno sgozzato una trans perché si era ribellata alle botte e sui giornali avevano scritto TRANS SGOZZATO.

(Matteo Pascoletti, I giorni della nepente. Una storia tossica, Effequ, 2015, pp. 47-48)

Conosciamo anche Giulia e Mauro, personalità tormente dal rimorso del non detto, dal peso della consuetudine, da aspettative deluse. Due tipi di vite che si svolgono in silenzio, dalla vita interiore ricca di monologhi molto diversi da quello che sarà il ritratto distorto e romanzato dei media. Una seconda persona per lo spazio interiore e il rimorso di Giulia, più il ritmo sincopato dei suoi ricordi; una terza persona rancorosa e soffocata per Mauro. E, infine, Angelo, il giornalista, vera e propria macchina da guerra cinica: a lui spetterà un approccio disincantato, assolutamente ironico, all’intera vicenda investigativa.

Si tratta di un romanzo che, muovendosi su più piani, tutti magistralmente incastrati tra loro, mostra le implicazioni derivate dall’ipersemplificazione dei fatti, oggi spogliati dall’apparato deontologico della notizia. È interessante notare lo scarto tra le versioni della storia raccontate dal #coro mediale e quelle della realtà, mai innocenti e mai colpevoli fino in fondo.

Meritano attenzione anche lo spaccato provinciale e la tematica della droga, due dimensioni non banalizzate da manierismi bacchettoni. La provincia si perde nell’anonimato e diventa riconoscibilissima nel momento in cui cova malessere e disagio in una dilagante anemia d’azione. La dimensione intima e familiare implode in inedia e contemplazione del declino, senza che ci si senta protagonisti del cambiamento (a meno che non si diventi strambi predicatori come il Profeta). La dipendenza è la tacita compagna che l’autore non ha la pretesa di eviscerare: la ritrarrà magistralmente come malessere trasfigurato, dalle dinamiche complesse.

La Città Infera è vicoli ciechi, penombre, complicità segrete. È sangue e deliri, riflessi di un mercato che vi banchetta incurante delle conseguenze, mentre altri lavorano per esserne immuni, per segreta convenienza o quieto vivere. Nella Città Infera si muore, rimossi o detestati dalla Prima Città, e mentre il corpo s’incammina verso la decomposizione, l’anima è digerita. Diventa titolo di giornale, numero per statistiche, benzina per incendi digitali, puntella i pulpiti dei comizi elettorali.

(Matteo Pascoletti, I giorni della nepente. Una storia tossica, Effequ, 2015, p.90)

Tutte sfaccettature di un affresco attuale non così banale da analizzare quando c’è il pericolo della retorica. I giorni della nepente non si ferma al ritratto esteriore della comunicazione ma lo approfondisce al punto da mostrarne le ambivalenze.

matteo pascoletti-i giorni della nepente

Titolo: I giorni della nepente. Una storia tossica

Autore: Matteo Pascoletti

Editore: Effequ

Anno: 2015

Pagine: 201

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