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La nascita di Frankenstein

Il 1816

Un anno prima l’eruzione del vulcano Tambora, in Indonesia, aveva rilasciato nell’atmosfera una grande quantità di gas e polveri vulcaniche che andarono a unirsi ad altre due sorprendenti eruzioni degli anni precedenti (quella del vulcano Soufrière nei Caraibi nel 1812, e del Mayon nelle Filippine nel 1814). La luce solare faceva fatica a penetrare una coltre di ceneri vulcaniche che stazionava negli strati superiori dell’atmosfera con la conseguenza che la temperatura terrestre registrò un brusco calo. Inoltre l’attività solare, proprio in quel periodo, subiva una serie di anomalie che diminuirono l’energia emanata. Il 1816, l’anno senza estate, come venne ribattezzato in seguito, portò a nevicate in pieno giugno, ghiaccio che rovinò le colture, tempeste elettriche, piogge violente, inondazioni, neve rossa in Italia. Chi non aveva il privilegio del cibo vide aumentarne i prezzi, chi aveva le forze protestò e saccheggiò i magazzini, altri preferirono raccontare di essere testimoni della fine imminente. Le abitudini alimentari cambiarono fino a concepire gatti e muschio, aumentarono le malattie e le morti da congelamento.

In Europa il fascino del periodo stava in una Storia che proseguiva e si arricchiva della singolarità dell’esperienza umana di fronte alla catastrofe. Non è un caso se William Turner si stagliò nell’universo artistico romantico come il “pittore della luce”. Ai suoi acquerelli paesaggistici infuse la luminosità opaca e stranamente coerente con quanto il movimento ispirava nella ricerca del Sublime. E non è neanche un caso se tra le conseguenze dell’anno senza estate appare anche un appuntamento tra Lord Byron e alcuni amici nella sua villa a Ginevra. 

villa diodati

Villa Diodati

Un’infanzia solitaria e contemplativa nelle campagne scozzesi. Ma nei ricordi di Mary Godwin Shelley le passeggiate e la formazione da autodidatta non sono marchiate malinconicamente. Sono, al contrario, occasioni di libertà e autonomia, un campo sterminato di sperimentazione che si risolve spesso nella scrittura. L’amore di Percy Shelley arriva inaspettatamente ed è occasione per trovare l’indipendenza economica altrove. I viaggi, i paesaggi francesi e la vita letteraria li sollevano dalle pene famigliari, l’aiuto economico di qualche amico li incoraggia a continuare.

È nel periodo più complesso della sua vita che Mary darà grande prova della sua forza e della volontà che la distinse anche in un campo a cui si dedicavano soprattutto gli uomini. Il comportamento sentimentale di Shelley, ancora legato alla moglie con cui aveva dei figli, non sembrava turbarla fino a quando la figlia che ebbe da Shelley morì a pochi mesi dalla nascita. I suoi diari parlano della depressione per la morte infantile, ma confessano una reazione decisa e quasi affascinata per l’incontro con Lord Byron. Il conte era esule in Svizzera, in una villa sul lago Lemano, e l’insistenza della sorellastra di Mary, Claire Clairmont, perdutamente innamorata di un Byron indifferente, convinse gli Shelley a unirsi a lui. Passeggiate ed escursioni al lago nel suggestivo paesaggio svizzero durarono fin quando non giunsero terribili tempeste. Dal ritiro a Villa Diodati nacquero conversazioni erudite che spaziavano dalla scienza alla letteratura. Come un vero anfitrione Byron intrattenne gli ospiti e non mancò di suggestionarli con la lettura di Fantasmagoriana, una raccolta di racconti dell’orrore di anonimi tedeschi. L’effetto di tali storie fu tale da proporre una sfida: «Ciascuno di noi scriverà una storia di fantasmi». Erano in quattro: Mary, Percy Shelley, Byron e il suo medico e segretario personale John Polidori.

«Il povero Polidori elaborò l’atroce idea di una dama dalla testa ridotta a teschio, così punita per aver spiato attraverso il buco di una serratura» scrive Mary nella prefazione dell’edizione di Frankenstein del 1831. Ma sappiamo che l’idea di Polidori, che anche a lui sembrò poco originale e priva di stile, assorbì le frustrazioni del suo autore e si tramutò in uno dei capisaldi del gotico. Il vampiro ebbe origine dallo stesso, mitico, ambiente che originò Frankenstein.

«Come giunsi io, allora fanciulla, a concepire e a sviluppare una storia così terrificante?»

Shelley e Byron provarono immediata fascinazione intellettuale reciproca e intavolavano lunghe discussioni alle quali Mary assisteva con grande ammirazione. Ascoltò teorie sull’origine della vita e sul modo di rianimare i corpi con la tecnica del galvanismo. Dal momento della proposta di Byron Mary non aveva ancora una storia valida, ma fu proprio in una di quelle notti passate ad ascoltare teorie sulla vita e sulla morte che fece un sogno. La visione di uno scienziato e di un cadavere che mostrava segni di vita furono i dettagli che non sfumarono al risveglio, insieme alla sensazione di un orrore paralizzante che rende vivido un incubo del genere.

David Plunkert
© David Plunkert

Frankenstein

Ci sono personaggi e ambienti della finzione che hanno raggiunto uno status ben preciso nell’immaginario popolare, tanto da non aver bisogno dell’originale. Il vampiro esiste, lo conosciamo bene nella sua versione classica fino a quelle più recenti (qualcuno ha detto pelle che luccica al sole?) anche senza aver letto il libro che lo rese celebre o tutta la tradizione che alimentò credenze folkloristiche. Accade per le creature dell’orrore ma anche per ambienti e atmosfere (dai castelli alle case infestate, per esempio) per non parlare di colori e di sensazioni ricorrenti. Non è un caso se l’orrore sia il genere più sfruttato nella cultura popolare. Nonostante la fissità delle sue caratteristiche e dei suoi soggetti, l’horror è in grado di plasmarsi su epoche e situazioni e incarnare metafore sociali adatte a ogni tempo.

Il Frankenstein originale è uno dei casi in cui l’opera intera si è confusa con le molte trasposizioni successive. Il risultato è che la lettura del suo atto di nascita sovrappone a Frankenstein e alla sua creatura un significato del tutto nuovo.

La narrazione si svolge come il più classico dei romanzi ottocenteschi. La forma del romanzo epistolare apre tre vicende principali: l’esploratore Walton alle prese con l’ambizione di scoprire i segreti del magnetismo al Polo Nord; il dottor Frankenstein, incontrato alla fine delle sue peripezie, che narrerà la sua storia; e infine, più avanti, la storia del mostro da lui creato. Il particolare insistente durante la lettura è l’espediente attraverso il quale la narrazione assume sempre il punto focale di uno dei tre protagonisti. Al ritmo monocorde del racconto dettagliato, infarcito delle sensazioni altamente descrittive e tipicamente gotiche, si alterna il cambiamento di prospettiva. Ogni storia è fondamentale per l’altra e nessuna sarà un inutile escamotage per far progredire la trama.

Sono storie concentriche in cui ognuna fa da cornice a quella che porta al suo interno e tutte condividono il nucleo:  la nascita, lo sviluppo dell’indole e la fame del sapere.

Sazierò la mia anima ardente di curiosità con la vista di una parte del mondo mai raggiunta prima, e procederò forse su una terra che non conosce impronta d’uomo. Ecco ciò che mi attrae e basta a farmi superare ogni paura di pericolo o di morte e a spingermi a preparare questo viaggio difficile con la gaiezza di un bambino che sale con i suoi compagni su una barchetta, alla scoperta avventurosa del fiume natio.

(Mary Shelley, Frankenstein, traduzione di Maria Paola Saci e Fabio Troncarelli, Garzanti, 2003, p. 14)

Il bisogno di prevalere sulla conoscenza nutre in modi diversi Walton, Frankenstein e il mostro, tanto da mostrare tre sfumature di una stessa personalità. I sogni d’infanzia e il grande futuro dell’umanità profetizzato da Frankenstein si sbriciolano sotto la viltà della sua scelta: creare una creatura, donargli la vita e poi abbandonarla. Le conseguenze etiche e morali disastrose della scienza impallidiscono al cospetto del prevalere sulla conoscenza. Un monito che più volte è ribadito nell’interpretazione di Frankenstein ma che, a mio avviso, si rinnova sotto una nuova luce. La discriminazione va più a fondo della negazione della paternità e il limite invisibile che travalica la norma determina la discriminazione del diverso.

L’immagine del creatore viene erroneamente confusa con la sua creatura, perché l’abominio agisce con una reazione all’esperienza del mondo. L’apprendistato di lingue e maniere umane non basta per raggiungere l’uguaglianza necessaria ed essere considerato umano e lui stesso ragionerà sul bisogno di un simile per alleviare la solitudine. L’unione dell’uguaglianza, l’inclusione nel mondo sentimentale umano è più prezioso se condiviso.

La divisione tra bene e male si confonde continuamente e il romanzo non prende posizione assolvendo i colpevoli, vittime di un’umanità disarmante. Il tramonto della classicità e della bellezza totalizzante lasciano il posto a un Sublime che va cercato nell’esperienza più profonda, un limite non ben identificato che si mescola alla malinconia e al fascino estatico. Il canone oggettivo delle giuste proporzioni si perde nel mostro di Frankenstein: un essere assemblato e frammentato, in grado, però, di concepire l’umano e di combattere per diventarlo.

Risorse:

frankensteinTitolo: Frankenstein (illustrazioni di Lynd Ward)

Editore: BUR

Anno: 2015

Traduzione: Bruno Tasso

Pagine: 258

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frankenstein-mary sheleyTitolo: Frankenstein

Editore: Garzanti

Anno: 2003

Traduzione: Maria Paola Saci e Fabio Troncarelli

Pagine: 221

Acquista su Amazon:

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