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L’urlo di una generazione: Chiaroscuro di Raven Leilani

«È possibile che in un’intera generazione ci sia qualcosa di più di “fancazzisti” vestiti di flanella, ignoranti e privi di ispirazioni?» così Dave Eggers o il suo alter ego letterario dell’Opera struggente di un formidabile genio provocavano un piacere strafottente, quel tipo di rivendicazione talentuosa che dimostra molta più tolleranza e abilità rispetto alle generazioni precedenti. Dave Eggers non era solo la risposta a un postmoderno che perdeva colpi con la contemporaneità, ma era anche una promessa ingarbugliata, contraddittoria e imperfetta di generazioni future pronte ad accollarsi oneri psicologici ed esperienziali mai emersi prima.

Andando oltre la singolarità di Eggers è molto difficile trovare esordi altrettanto incisivi che amalgamano, con equilibrio, stile e temi. Con gli esempi più recenti come Persone Normali di Sally Rooney o Cat Person di Kristen Roupenian, mi sono più volte chiesta se l’interesse pendesse più per una rappresentazione antropologica che un reale approfondimento formale. È come se l’esperienza digitale e le disfunzioni dei rapporti umani fossero così evidenti da essere raccontati come appaiono, senza alcuna complessità semiologica o dialettica.

È successo che ho letto di Edie, una ventitreenne afroamericana che lavora in una casa editrice a New York, abita in un appartamento malandato e ama la pittura. All’inizio di Chiaroscuro, mirabile esordio di Raven Leilani, Edie intraprende una relazione con Eric, quarantenne archivista digitale che ha un non meglio identificato matrimonio aperto. «Vuole che io sia me stessa come potrebbe essere sé stesso un leopardo in uno zoo di città. Inerte, in attesa di cibo. Non libera e allo stato brado, con i legamenti paradontali ben allineati», è così che la protagonista prende le misure del mondo: una negoziazione continua tra quello che è e quello che vorrebbe essere, senza saperlo davvero. Si potrebbe dire che Chiaroscuro è un romanzo sul desiderio quando questo deve scendere a patti con i limiti delle proprie capacità (man mano che ci si allontana dall’età dell’apprendimento a spugna e dell’invincibilità adolescenziale) e i confini sociali e culturali che si configurano come storture insanabili.

©MIRANDA BARNES

Il lavoro di Edie in casa editrice, per esempio, passa dalla sottile ipocrisia alla totale spietatezza capitalistica. Aria, l’unica collega afroamericana, gioca con astuzia la carta della competizione a tutti i costi ed elimina ogni possibilità di mutuo soccorso per la prospettiva di una rivalsa economica sui colleghi bianchi. La questione razziale è il sottofondo di ogni colloquio lavorativo, ogni controllo da parte degli agenti di polizia in un quartiere a maggioranza bianco, ogni “afroamericano” pronunciato cautamente da Eric, ogni bianco che scimmiotta parlata e modi di vestire. È una realtà data, la cornice della vicenda che non suscita vittimismo o autocommiserazione perché, come se non bastasse, l’obiettivo allarga verso il panorama di un’autostima generazionale ai minimi storici e lo smarrimento di obiettivi che virano verso l’autolesionismo. Il lavoro può essere svolto da chiunque, la fragilità deve essere nascosta nel privato, bisogna sottostimare le proprie capacità per avere la giusta prospettiva, non bisogna esporsi se si è mediamente bravi in qualcosa. La scrittura di Raven Leilani ha picchi di ironia tragicomica, humor nero e profondità spiazzante nel giro di poche righe. In un momento siamo pronti a giudicare Edie per la giovane età, la spensieratezza e il cinismo che la avvolgono sono una corazza contro le avversità; poco dopo un intero flusso senza punti ci catapulta nella capacità unica di avvertire le cose del mondo. La distanza apparente fra le due parti fa comprendere come il dolore sia un collante indispensabile, una brama ricercata per avere una risposta immediata, un modo per dire “sento ancora qualcosa”.

Ma c’erano momenti che neutralizzavano la mia paura, momenti in cui passava in negozio mentre stavo sistemando l’angolo delle occasioni e nell’aria vibrava la consapevolezza reciproca che stavamo cercando entrambi qualcosa da distruggere, che eravamo persone di colore in una città che di colore ne era priva, era un linguaggio che ormai avevamo in comune e che non era molto romantico perché era come soffocato dai nostri comuni intenti complottisti. Così, quando mi mise in mano un coltello da caccia, con quel gesto mi fece capire che per lui ero diventata una persona. Mi aveva studiata a lungo e aveva di certo notato il mio modo di ragionare, il mio sistema nervoso centrale, la possibilità che perfino nel mio piccolo universo adolescenziale avrei avuto un motivo per uccidere.

Dopotutto l’accettazione della violenza dei legami – sia essa fisica o psicologica – è la lente con la quale Edie ha osservato il disfacimento della sua famiglia: una madre instabile mentalmente e un padre alcolizzato, un veterano convinto di poter prendere parte a un sogno americano riservato solo ai bianchi. I ricordi si macchiano di un’amarezza momentanea e come piccole crepe temporali si alterneranno nella narrazione rivelando nuova linfa vitale della scrittura: anche nelle parti dove il testo prende velocità emerge una stratificazione di sensazioni tra lo sconforto e l’orgoglio, a tratti diluiti da virtuosismi linguistici spassosi («il sole ad alto tasso fi fruttosio mi arriva come uno schiaffo») e un’evoluzione inaspettata della vicenda.

Eric sarà solo l’appendice inerte del baratro dei sobborghi e con la moglie, Rebecca, rappresenteranno la parte più melliflua di uno stereotipo. Rebecca è la donna forte, diligentemente disciplinata per la conservazione delle apparenze anche se in fondo è tormentata dall’educazione di Alika, la ragazza afroamericana adottata dalla coppia: come trattare i capelli ribelli di Alika, come spiegarle perché un poliziotto la ferma violentemente vicino casa, come conciliare il tutto con la tendenza all’isolamento tipica della sua età? L’ironia cinica e la solitudine della grande città si trasformano nell’immobilismo dei suburbs. Qui la narrazione rallenta e ogni speranza di cambiamento soffoca nell’indifferenza generale.

Si avverte l’eco dell’Uomo invisibile di Ralph Ellison solo che in Chiaroscuro il significato politico è suggerito dalla distorsione borghese: se non si parla del pregiudizio, questo non esiste, il privilegio elude la sintonizzazione ideologica e non lascia speranza di empatia nei confronti di chi non ce l’ha. Edie, Alika, Eric e Rebecca sono quattro solitudini tormentate dalle difficoltà comunicative e dal vagabondaggio di ideali, come se avvertissero il cortocircuito tra quello che sono e cosa si crede rappresentino. Dopo 19 anni dall’Opera struggente un altro esordio porta alla luce tutte le contraddizioni del nostro tempo grazie a una scrittura cinetica e stratificata. Riscalda il diaframma, affina il ritmo di ogni parola: il risultato è un urlo perfetto per essere visti.

Titolo: Chiaroscuro

Autore: Raven Leilani

Traduzione di: Stella Sacchini e Ilaria Piperno

Editore: Feltrinelli

Anno: 2021

Pagine: 240

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