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Preferirei correre ma non posso camminare: Anni luce di Andrea Pomella

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Avevamo ballato su una spiaggia poco distante dalle tende. Era abbracciata da scogli neri e terminava con l’unico bar nel giro di chilometri di pineta. Le persone del posto ci avevano conosciuto come un miraggio di fine estate prima di tornare nelle loro conchiglie, creature mitologiche delle località marine la cui esistenza invernale poteva figurarsi solo come lungo letargo. L’alcol ci aiutava a parlare con loro, ma finivamo per riunirci, noi conoscenti, attorno ai falò. Era la prima vacanza, era la prima vera libertà e mi sembrava giusto celebrarla così: corse nel bosco, ricerca ossessiva, incontri in tenda. Nelle mie orecchie c’era Eddie Vedder che graffiava: I don’t want to take what you can give/ I would rather starve than eat your bread/ I would rather run but I can’t walk/ Guess I’ll lay alone just like before. Erano gli anni delle prese di distanza da un mondo adulto a noi sconosciuto e da sempre ricordo di aver assicurato una fetta di solitudine insieme alla consapevolezza che tutto sarebbe finito e che dovevo divorare il più possibile. Non mi interessava quanto i Pearl Jam avessero segnato un’epoca, non volevo sapere che qualcuno ne conosceva a memoria la storia, o scimmiottava le loro movenze, perché mi bastava indossarli per la mia di storia in quella corrispondenza telepatica e fuori dal tempo che si stabilisce tra musica ed esperienza.

Per capire cosa intendo è necessario leggere Anni luce di Andrea Pomella: un saggio autobiografico che crea una serie di rimandi tra un periodo di vita dell’autore e la storia dei Pearl Jam.

La musica dei Pearl Jam si sovrapponeva all’individuo sociale che ero, le loro canzoni riproducevano esattamente la mia visione delle cose, e non lo facevano solo attraverso i testi, ma soprattutto attraverso il suono, quel suono lancinante riprodotto dagli strumenti e dalla voce di Vedder.

(Andrea Pomella, Anni luce, add editore, 2018, p. 70)

Con ricordi dell’amicizia con Q., della band, delle feste alcoliche e dei viaggi l’autore riporta a vivere i vent’anni durante gli anni Novanta. Gli anni che significavano fine per una generazione che doveva creare promesse senza avere quelle di prima, che doveva costruire un’identità senza sapere come fare. Si tratta di una coincidenza esplosiva: il combustibile degli anni giovanili si mescola alla fiamma del clima sociale e politico generando un’onda d’urto che sconvolge valori sino ad allora scontati. La ricerca dell’emarginazione assume contorni molto netti e per Andrea Pomella gioca sull’alternanza tra una visione analitica della propria esperienza – riuscendo a scrivere dei ricordi con attenzione chirurgica e distaccata – e il suo inserimento nel clima storico. Le corrispondenze tra la vita dell’autore e i Pearl Jam sono tali da creare binari paralleli che amplificano l’esperienza del singolo, ingrandendola fino a renderla un unicum, il racconto più puro e sincero di un periodo di vita.

Avevo in mente ancora lo schema corporeo dei miei affetti, ma non lo ritrovavo più nella realtà. E questo mi provocava continui salti nel vuoto.

Qualcosa di simile deve averla provata anche Eddie Vedder quando nel 1981 sua madre Karen e il patrigno annunciarono ai loro figli di aver deciso di divorziare. 《I miei genitori si stavano separando e io mi chiedevo come mai le famiglie degli altri andavano bene mentre la mia si sta sfasciando》. Così, a sedici anni, avevo sviluppato problemi di socialità, una continua e insensata voglia di isolamento

(Andrea Pomella, Anni luce, add editore, 2018, pp. 43-44)

Allo stesso tempo si fa strada una testimonianza musicale quasi estinta: una fruizione che, anche se comunitaria, rimane essenzialmente solitaria, perché lascia fluire la conoscenza di sé come sangue da una ferita. L’ascolto ripetuto, e quasi ossessivo, diventa qualcosa di molto vicino a un gruppo di individui che sviluppa uno slang. È l’esplorazione delle possibilità linguistiche e artistiche a fare del racconto di Andrea Pomella un lavoro singolare. Da una parte c’è la discesa dolorosa nella giovinezza, nella consapevolezza che a quell’età si faceva strada: un periodo irripetibile dalla durata effimera. Dall’altra la spinta ad ingannare il tempo rubandolo all’illusione dell’ubriachezza, a tutti quelli che «affrettavano a trovarsi una ragazza con cui simulare la vita matrimoniale, quelli che andavano dritti verso una precoce distruzione».

L’amicizia con Q., nata dall’incomprensione del mondo e dal riconoscimento della solitudine reciproca, alimenta il silenzio della passione e lo fa inaugurando una ricerca che non sa bene dov’è diretta. L’amicizia si autoalimenta ed è in grado di rinnovarsi fino a quando non arriva l’ora di cambiare.

Anni luce è la forma dei ricordi in grado di diventare una testimonianza universale.

Anni luce è il più classico dei viaggi in grado di trascinare chi legge nel proprio.

Anni luce è anche i Pearl Jam e la loro musica dalle capacità infinite di evocare mondi molto lontani e diversi dall’idea che li ha originati.

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