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Il Grande Romanzo Americano secondo Paul Auster

Quando Paul Auster afferma che New York è un’immensa Babele crea le premesse per riunire la molteplicità in un unico luogo, straordinariamente in equilibrio. Trasferisce quella che è una verticalità architettonica a un’orizzontalità linguistica: la città diventa un nome che perde i connotati di un riferimento topografico e conferisce ai suoi abitanti l’indeterminatezza dell’identità. E Paul Auster è il cantore della sua città, lo ricordiamo bene per la Trilogia di New York: una formula tripartita che indagava dapprima l’accettazione di un’identità multipla, granulare, e la liquidità nel passare da un nome a un altro all’interno di una stessa persona (Quinn che è William Wilson che è a sua volta Max Work, l’investigatore dei suoi scritti in Città di vetro); poi la relatività dei personaggi all’interno di un arco narrativo creato da un labirinto cromatico di nomi (Blue è incaricato da White di spiare Black in Fantasmi); e, infine, la graduale e non completa accettazione dell’identità altrui in comunione con la propria (la confusione delle identità tra Fanshwave e l’amico scrittore dato per disperso ne La stanza chiusa).

Lo sperimentalismo della Trilogia era tale da gettare le basi per il tratto distintivo della narrativa di Auster: la rivisitazione autobiografica e una Grande Mela i cui confini sono continuamente sfumati da un gorgo di identità senza autori.

4321 pubblicato da poco da Einaudi con la traduzione di Cristiana Mennella è l’Auster originale portato alle estreme conseguenze. L’autore ha sempre stipulato un patto con il lettore che esula dallo stile e rimarca una graduale volatilità della storia insieme al superamento dei limiti scrittore-lettore. Le quattro versioni della vita di Ferguson, numerate in progressione, sono poste in sequenza tramite ventotto capitoli. Il libro è un apparato limitatamente interattivo che, però, demanda al lettore la scelta dell’ordine da seguire. L’esercizio più importante è quello della memoria: quale identità seguire, quale identità ricordare sono scelte che limeranno i caratteri molteplici dei diversi Ferguson riempiendo le lacune caratteriali di uno con le vicende personali dell’altro. La libertà di scelta del lettore, in una storia che in parte è sempre in divenire, è però inquadrata in una narrazione ricca di dettagli. Nelle vicende di Ferguson il destino e il carattere cambiano ribadendo continuamente quella tuta deindividuante che è il nome proprio. Ed è interessante, a questo proposito, il connubio creato con un’ulteriore storia, quella americana tra gli anni Cinquanta e Sessanta. A forgiare la persona sono conoscenze, stato sociale (basti pensare alle diverse versioni delle auto possedute dalla famiglia Ferguson o ai diversi studi universitari intrapresi dal protagonista) e asincronismi con gli avvenimenti del mondo (quando Kennedy viene ucciso Ferguson sperimenta il primo bacio).

Ed è nella presenza costante della storia americana che riconosciamo una tendenza del romanzo americano contemporaneo. Pensiamo al più recente Lincoln nel Bardo di George Saunders: il buco temporale della presidenza di Lincoln viene riempito di finzione, ma abbandona la rivisitazione storica e l’interpretazione politica per inaugurare un’indagine sull’uomo. Scoperta non nuova nella narrativa dello scrittore texano se pensiamo ai futuri umani portati all’estremo nelle sue raccolte di racconti: i protagonisti erano individualità disperate ed emarginate che si muovevano nei recinti borghesi, spesso combattevano per adattarsi o sfioravano la follia e l’ossessione per la scalata sociale. George Saunders è riuscito a far evolvere la poetica postmoderna portando avanti parallelamente i mali dell’attualità (emarginazione, solitudine, smarrimento) e l’avvicinamento all’uomo.

Franzen con il suo Purity ha provato a inserire il misterioso Andreas Wolf, cresciuto nella Germania dell’Est, in una realtà ossessionata dalla verità. Si crea così un ponte tra il regime oppressivo della polizia tedesca e l’ansia del mascheramento e dello smascheramento nei moderni processi di comunicazione. Quella che poteva essere un’analisi della comunicazione sul web perde mordente: le digressioni e i blocchi ossessivo descrittivi che avevano fatto parte di Libertà si frammentano in personalità molteplici e incomplete che si fermano al dibattito interiore. È come se il centro nevralgico del mondo, che un tempo apparteneva all’America, si sia spostato e ora la narrativa ha bisogno di un assestamento stilistico e narrativo.

Colson Whitehead ha risposto a questo corso della narrativa con La Ferrovia sotterranea. La ricerca storica si fa finzione e l’opera diventa una testimonianza nel clima statunitense dove la letteratura afroamericana sta raccontando un periodo funesto (basti pensare alla varietà di generi usati: mi riferisco, tra i tanti, alla satira amara de Lo schiavista di Paul Beatty; a Tra me e il mondo, la lettera pamphlet di Ta-Nehisi Coates; o Negroland, il memoir di Margo Jefferson).

Dal canto di alcuni autori esordienti si riconosce un manierismo che si rifà allo stile del postmoderno sorvolando però su quelli che sono gli intenti di quest’ultimo: il racconto della storia americana è un espediente utile alla trama e non funzionale a un completo investimento sociale e letterario della storia.

Tra gli esordienti gli esempi recenti sono Città in fiamme, immenso affresco di Garth Risk Halberg che inserisce le vicende di più personaggi in una New York degli anni Settanta. Icone pop, clima fervente del punk underground, centro di destini e speranze, tutto culminante nel grande black-out del 1977. Un magistrale intreccio di storie in simbiosi con la vita movimentata di New York che gioca tutto sulla capacità di accettare o meno il destino con la stessa inevitabilità della Storia.

Il Nix di Nathan Hill è un esperimento stilistico interessante, in parte svuotato dalle premesse del postmoderno: il ritrovamento della madre da parte di uno scrittore di false speranze fa rivivere i ricordi di lei al tempo del provincialismo di un piccolo paese e poi della libertà mai compresa a pieno durante l’università e le rivolte studentesche. I commenti non poco velati alla politica americana e i riferimenti videoludici poggiano su basi stilistiche esemplari, ma nella lettura si incontrano personaggi fin troppo macchiettistici e la storia in alcune parti in è un elenco narrativo di fatti senza l’aggiunta di un significato importante per il lettore.

Anche 4321 si pone in una posizione apparentemente inusuale nella narrativa di Auster. Da un lato rispetta la centralità dell’individuo come principale motore delle storie americane e intreccia in maniera inseparabile tutte le versioni della sua vita (una non può esistere senza l’altra ma ognuna di esse è un impianto narrativo indipendente); dall’altro, sotto le mentite spoglie di un romanzo di formazione, fa solo una parte del lavoro che Wallace intendeva perseguire con la sua visione letteraria: impegnare il lettore, avvicinandolo. Questa pseudo narrazione autobiografica, così aderente alla vita da risultare sovrabbondante in alcuni punti, registra i fatti e cerca un significato nella commistione tra contemporaneità storica e mondo interiore.

Quella di Auster è la metamorfosi di un’identità non attuale, quando ancora la si costruiva come azione e reazione al mondo. E funziona perché rispetta un’essenza fondamentale nelle storie: chiarificare il rapporto tra il personaggio e il mondo cercando di sublimarlo nel lettore nella maniera più aderente al reale possibile. Gli avvenimenti del mondo non cambiano ma sono punti fissi nel tempo attorno ai quali gravita la storia personale di Ferguson. La centralità del protagonista è tale da tenere in piedi più piani narrativi e da svilire pochi personaggi fondamentali – caratterizzati in maniera fulminea rispetto al protagonista – e alcune parti eliminabili e fin troppo dettagliate ai fini della storia.

4321 è il tentativo di riassumere in un unico lavoro quanto Auster ha sempre raccontato. Ma è anche la volontà di spingersi in avanti, verso quello che è l’inizio (o la fine) di un nuovo corso della sua scrittura. La presenza ponderante del caso che crea infinite coincidenze nella vita dei suoi personaggi – si veda per esempio La musica del caso – li fa ripiegare in loro stessi senza proiettarli all’esterno, senza suggerire una missione del singolo rispetto a chi li circonda. Tutto in comunione con un diritto primario: l’identità. Persino il fallimento e l’illusione derivano dalle favole raccontate all’identità (solo quando Ferguson sarà sicuro di chi essere e di chi voler diventare rivelerà al lettore la missione della sua scrittura).

4321 è un romanzo famigliare, storico e sociale che ribadisce la potenza delle storie americane e che suggerisce, senza svilupparlo, il distacco dalla semplice autoreferenzialità e la ricerca di un’impresa epica nel confronto con la realtà.

4321-paul austerTitolo: 4321

Autore: Paul Auster

Traduzione: Cristiana Mennella

Editore: Einaudi

Pagine: 939

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